La nuova moda del social reading

libri

ll libro è morto viva il libro, si potrebbe dire applicando a quello straordinario manufatto il motto che si usa quando un re di Inghilterra scompare. Se Amazon, la libreria virtuale creata da Jeff Bezos, vende da due anni più libri elettronici che libri di carta, d'altro

lato in varie parti del mondo (Italia compresa) si segnala una gran fioritura di iniziative che sembrano piuttosto celebrare le virtù del

buon vecchio libro di carta.

 

Nascono infatti in tutt'Europa salotti letterari, circoli di lettori, festival in piazza e in teatro, nei quali in fondo si parla sempre di libri, proprio di quelli di carta. In parte si tratta di luoghi vintage creati nell'Ottocento, quando il libro andava portato verso un popolo incerto per cultura e per capacità alfabetiche. C'è il Circolo dei Lettori di Torino, che ha storia, ma per lo più si tratta di siti moderni, all'altezza dei tempi, in cui il libro coabita con altri media e perfino con generi d'altro tipo (come le cose da mangiare), riunendo così tre funzioni che, escluse in pubblico, in privato si praticano normalmente insieme: leggere, bere e mangiare. Inventata quarant'anni fa nella libreria Atticus a New Haven (sede dell'università Yale), questa formula s'è imposta ovunque, per esempio nel sorprendente complesso Ambasciatori a Bologna. Si aggiungano le tante librerie che in tutto il paese funzionano anche come luogo di discussione e i caffè letterari (con questo nome ne esistono già a Roma e a Milano) in cui l'happy hour serve anche per parlare di libri o per comprarli.

Ma nello stesso tempo, un fenomeno parallelo, si diffonde in Rete. È il social reading. Club del libro sul web, comunità di lettori, non virtuali, che s'incontrano online e discutono. Tra i più celebri GoodReads e Bookclubresource. com dove ci si iscrive per aree tematiche e interessi.

In più c'è l'e-book che con le sue funzioni permette di condividere i commenti con i lettori precedenti, creando un "network di glosse". E allora che sta succedendo nella partita tra il libro di carta e quello digitale? Chi è in vantaggio? E le drastiche differenze tra l'uno e l'altro, dove sono andate a finire? Per rispondere è utile richiamarne alcune. Il libro di carta, come tutti gli oggetti che hanno a che fare col conoscere, impone determinati comportamenti e definisce un ambiente. Sta perfettamente in mano, si manipola senza sforzo (si apre, si chiude, si può strappare, vi si incollano frammenti, si fanno orecchie alle pagine...), si copia e si annota; permette di calcolare quanto manca alla fine e di spostarsi in un lampo da un punto all'altro; ospita quel che si vuole (dediche, disegni, poesie, cartoline, fiori secchi, biglietti, fotografie, soldi ...); si lascia mostrare, prestare, regalare, collezionare e affiancare ai suoi compagni sugli scaffali... Inoltre, pur essendo destinato anzitutto alla lettura solitaria, stimola pratiche di altro segno: può esser letto in compagnia, commentato tra più persone, scambiato, sottolineato (a matita, ma anche con altri mezzi, rossetti inclusi), fotocopiato e prestato. Insomma il libro mescola, con un'ambiguità esaltante, il massimo di isolamento col massimo di socialità.