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Serie A - Il Torino di Ventura, se il Calcio Libidine non ha più limiti

Il Torino di Giampiero Ventura

Dieci punti nelle prime quattro giornate, secondo posto in solitaria dietro all’Inter. Il Torino non partiva così bene in Serie A dal 1993/94. Un progetto tecnico nato cinque anni fa con la scelta di Urbano Cairo di puntare su Gianluca Petrachi nelle vesti di direttore sportivo e Giampiero Ventura come allenatore. Un processo di crescita che merita di essere analizzato attentamente, perché, dopo un settimo e un nono posto, i granata ora sognano ancora più in grande. Proviamo a capire perché, spiegando il percorso di Ventura e la nuova strada del Toro con l’utilizzo di Wyscout.

 

La lunga strada verso la Mole

Marcello Lippi lo ha definito "il miglior allenatore italiano". Ma, nella carriera di Ventura, c’è di tutto. Dall’inizio nel 1980 ad Albenga sino al quinquennio granata, ha allenato in 34 stagioni su 36 (28 da professionista, mancando all’appello solo nel 1983-84 e nel 2000-01) ottenendo sei promozioni (2 dalla LND, una dalla C1, 3 dalla B con Lecce, Cagliari e Torino) e vincendo tre campionati (2 interregionali, uno di C1). Al tempo stesso, non è stato immune dai fallimenti. Quattro esoneri (Spezia, Venezia, Cagliari e Pisa) con una rescissione consensuale (Bari) ed esperienze insoddisfacenti come quelle con Sampdoria, Udinese e Napoli (oltre al ritorno a Cagliari). Qualche incompiuta (il Pisa che sfiorò la Serie A), qualche splendida squadra poco ricordata (il Bari ereditato da Conte) e, nel complesso, una carriera sempre vissuta al di fuori dalle grandi, costeggiando autentiche imprese di provincia. Passati i 60 anni, però, ha trovato alla corte di Urbano Cairo la stabilità con cui non era mai stato premiato prima, facendo eccezione per i tre anni passati all’Entella Becezza (1982-1986: addio al primo giorno di ritiro per passare allo Spezia) e alla Pistoiese (1989-1992). Mai è andato oltre due stagioni di fila con la stessa squadra, anche quando – come a Lecce – era reduce da una doppia promozione. Nonostante questo, è difficile sostenere che, tra i suoi prodotti più riusciti, non vi sia impresso forte il marchio di Ventura. Dal 4-4-2 del Lecce di Palmieri e Francioso a quello proposto dal Torino della promozione, passando per la prima splendida stagione a Pisa. O, per tornare all’attualità, dal 3-5-2 del suo primo Cagliari a quello dell’ultima edizione granata. Moduli sulla carta profondamente diversi, ma sorretti da una comune cifra stilistica: sfruttamento della velocità in ripartenza, gioco sulle fasce e calcio diretto. Ventura è stato tra i primi a passare alla difesa a tre quando – a metà anni 90 – spopolava il 4-4-2, è stato tra i primi a rilanciare il gioco sulle fasce (ripensate al Cerci di Pisa) quando le ali erano finite nel dimenticatoio. E, adesso, si gode una meritata maturità a Torino. Lì dove può permettersi di inventare il giusto, sfruttando un’intelaiatura ormai collaudata nel tempo.

Alcuni esempi storici del Ventura allenatore, dal Cagliari 1998-99 al Torino 2015-16 passando per il Pisa 2007-08 e i granata della promozione. Quando ha adottato il 4-4-2, ha sempre puntato forte sul movimento delle ali in quello che in fase offensiva diveniva un 4-2-4. Con il 3-5-2, invece, ha dimostrato di saper lavorare anche con gli interni di centrocampo. Da Berretta a Baselli, passando per O’Neill. Davanti, invece, sempre due attaccanti mobili e il più possibile integrati tra loro. In fondo, l’ultimo Quagliarella non è altro che la riedizione del Muzzi visto a Cagliari.

Ventura: "In questo gioco non esistono limiti, solo la voglia di superarli"

Fonte Yahoo.it


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